Riforma costituzionale, Senato e Titolo V for dummies

Riforma Renzi, Titolo V della Costituzione, abolizione delle Province, abolizione del Senato, senatori a vita o per sette anni… siete rimasti anche voi tramortiti dalle bozze successive e dalle successive polemiche? Vi spieghiamo in pratica cosa prevede la riforma costituzionale varata ieri dal Consiglio dei Ministri che andrà in discussione a breve in Parlamento.

 

Come preannunciato da più parti, questa bozza di riforma è un pasticcio, non nel senso che sia complicata, tutt’altro: tende a semplificare parecchio, fin troppo. A danno della rappresentatività e a danno degli Enti locali, nonostante ciò che potrebbe sembrare a una prima occhiata (con la trasformazione del Senato nell’Assemblea delle autonomie).

Partiamo dall’inizio:

Senato, Palazzo Madama

  •          Uno dei punti fondamentali è appunto l’abolizione del Senato così come lo conosciamo e il superamento del bicameralismo puro. L’unico organo elettivo e rappresentativo della Nazione resta la Camera (titolare del rapporto di fiducia con il Governo), che dovrebbe però esercitare la funzione legislativa collettivamente con l’Assemblea delle autonomie.
  •          Il Senato diventa Senato delle autonomie costituito da Presidenti delle Regioni e Province Autonome, più per ogni Regione 2 membri eletti dai Consigli regionali tra i propri componenti e da tre sindaci eletti da un’assemblea dei Sindaci della Regione (tra cui i sindaci delle città capoluogo). Restano dove sono i senatori a vita, ma non ne verranno nominati altri in futuro. Confluiscono qui come al solito gli ex presidenti della Repubblica. Nessuno percepirà indennità.
  1.       Primo problema di ordine “etico”: non viene mantenuto alcun vincolo di “proporzionalità” dei territori, la Valle d’Aosta conta come la Lombardia.(problema che si potrebbe ovviare perseguendo la strada proposta dalla conferenza delle Regioni: 120 componenti, in parte eletti in modo indiretto in proporzione alla popolazione, tra cui i presidenti delle Regioni come componenti di diritto). Su questo punto, però, c’è ancora margine di trattativa in Parlamento.
  2.       Secondo problema di natura “pratica”: non viene stabilita una durata dell’Assemblea, ma viene considerata come organo continuo che si rinnova allo scadere del mandato dei componenti. Ma non per i sindaci, che durano in carica 5 anni indipendentemente dal fatto che siano ancora sindaci o meno. (assurdità)
  3.       Terzo problema: viene lasciata la possibilità al Presidente della Repubblica di nominare 21 membri dell’Assemblea delle autonomie tra cittadini che si siano distinti per alti meriti (insomma tipo senatori a vita), ma che durano in carica per 7 anni. Che francamente non si sa cosa ci rappresentino in questa Assemblea. Su questo punto Forza Italia ha annunciato barricate.

Questo solo per nominare i primi problemini. Poi:

  •            La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle 2 Camere solo per le leggi di revisione della Costituzione e altre leggi costituzionali. Per tutto il resto vale la Camera, con una eccezione: nel caso in cui l’Assemblea delle Autonomie si esprima contro una determinata legge, la Camera deve approvarla a maggioranza qualificata (2/3).
  •            Ma come delibera il Senato delle autonomie? Qui viene il bello: ogni disegno di legge approvato dalla Camera passa all’Assemblea, che può decidere di esaminarlo entro 10 giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti. Meccanismo già abbastanza complesso per un organismo così composto (peraltro non si sa come si potrà organizzare il lavoro, se esisteranno gruppi, commissioni ecc.). Dalla deliberazione ci sono poi 30 giorni di tempo per esprimere parere. Se i termini decorrono senza parere, la legge può essere promulgata e tanti saluti. Se si tratta di leggi di conversione di decreti governativi, il tempo è ridotto a 10 giorni per esprimere parere.

Insomma, abbiamo già capito che questa camera non sarà in grado di produrre quasi nessun contributo. Tanto più che, ricordiamolo, i suoi componenti sono tutti in teoria già impegnati sul territorio con altre cariche (presidenti di Regione, consiglieri regionali e sindaci) e quindi non potranno per forza di cose fare in tempo a seguire tutto. In sostanza, mi pare una camera di facciata.

Altri punti fondamentali della riforma:

  •          Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è soppresso (alleluia)
  •          Le Province spariscono dalla carta, sostituite in alcuni casi dalle Città metropolitane: un’altra chicca della riforma riguarda le funzioni attribuite a questi nuovi Enti. Pare, infatti, che il ddl apra alle attività di politica internazionale (che sarebbe materia esclusiva dello Stato) e dunque a viaggi di rappresentanza e quant’altro… Almeno questo cerchiamo di evitarlo o quantomeno conteniamo il fenomeno nei confini in cui si trova già.
  •          La Corte Costituzionale (15 giudici) è nominata per un terzo da Presidente Repubblica, un terzo da magistratura, un terzo dal parlamento (tre dalla camera, due dall’assemblea autonomie)

Ma soprattutto viene rivisto l’intero capitolo delle materie di legislazione esclusiva e concorrente tra Stato e Regioni e in pratica gli enti locali perdono qualsiasi potere.

  •          Innanzitutto sparisce l’elenco delle materie concorrenti (cosa che genererà non poca confusione)
  •          Poi si torna all’accentramento statale su molte materie, anche con termini piuttosto vaghi e onnicomprensivi (come ad esempio: ordinamento scolastico, ordinamento delle professioni intellettuali, ordinamento della comunicazione, nome sul governo del territorio e urbanistica, programmazione strategica del turismo)
  •          E viene introdotta una norma di “supremazia” dello Stato su legge regionale in caso in cui ricorrano esigenze di tutela dell’unità giuridica o economica o (e qui la cosa è più sfumata) realizzazione di riforme economico-sociali di interesse nazionale (cioè??)

Ciliegina sulla torta:

  •  Gli stipendi di consiglieri e giunte regionali saranno stabiliti per legge e non potranno superare quelli dei sindaci di comuni capoluogo di regione (la “renzata” più grossa che c’è in questo disegno di legge)
  •   I rimborsi ai gruppi consiliari regionali vengono aboliti del tutto.

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