Rifiuti pericolosi alle porte di Arezzo: 3 anni non bastano per rimuoverli

La storia infinita dell’ex Sansificio Fabbroni di Giovi: primi accertamenti nel 2011, ma ancora non è partito il piano di messa in sicurezza dell’immobile. La Regione ha lentamente mosso qualche ingranaggio – con i suoi tempi – ma l’amministrazione comunale tace e acconsente: nessun progetto di riqualificazione, almeno per il momento. Ma chissà, tra qualche altro anno forse…

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Che l’ex Sansificio Fabbroni di Giovi, frazione alle porte di Arezzo, sia pericolante e pericoloso lo sanno tutti. Basta passarci vicino per accorgersi del rischio che costituisce sia per le persone che per l’ambiente. Il complesso, infatti, è rimasto “ad accesso libero” per decine d’anni dopo la dismissione dell’attività produttiva. Così all’interno è successo un po’ di tutto: occupazioni abusive, decadimento strutturale e – ciliegina sulla torta – l’accumulo incontrastato di rifiuti di ogni genere e tipo. Non sono bastati tre anni per mettere un punto alla storia infinita del Sansificio Fabbroni: ecco la storia per sommi capi, ricostruita grazie all’interrogazione presentata dal consigliere Gabriele Chiurli (Democrazia Diretta) in Regione Toscana.

  • Il primo sopralluogo di cui ha notizia l’Arpat, l’Agenzia regionale che vigila sullo stato di salute di ambiente e territorio toscano, avviene nel maggio 2011, da parte degli incaricati del Comune di Arezzo, che constatano il forte stato di abbandono dell’area.
  • Ad agosto 2011 interviene la stessa Arpat, che sostanzialmente conferma la situazione di degrado e la presenza di strutture pericolanti, ma non rileva problemi igienico-sanitari. Asl e Comune di Arezzo decidono quindi che non c’è di che preoccuparsi e archiviano la vicenda (come se i problemi di sicurezza non li riguardassero minimamente).
  • Bisogna aspettare un paio d’anni perché qualcuno si accorga dei rischi di inquinamento ambientale derivanti dalla presenza di rifiuti. Il 13 giugno 2013 la solita Arpat riceve un esposto che denuncia la possibile contaminazione dell’area. Ma ancora nessuno si muove. Passano tre mesi (è il 9 settembre 2013) prima che Arpat solleciti il Comune a fornire informazioni sullo stato dell’arte. Passa un altro mese prima che il Comune di Arezzo risponda (che cosa non si sa).
  • L’11 novembre 2013 finalmente Arpat chiede la collaborazione dell’amministrazione locale per convocare i proprietari della struttura, che però si fanno negare: vogliono una richiesta ufficiale. E così passa un altro mese: l’11 dicembre 2013 il Dipartimento Arpat inoltra una segnalazione alla Procura con richiesta di ispezione dell’ex Sansificio Fabbroni per controllare se vi sia contaminazione ambientale.
  • Un mese dopo, il 10 gennaio 2014 la Procura di Arezzo emette il decreto di ispezione nei confronti dei 4 eredi Fabbroni, ravvisando il reato di cui all’art. 256 del Dlgs 152/2006, cioè ATTIVITÀ DI GESTIONE DI RIFIUTI NON AUTORIZZATA (Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione).
  • L’ispezione, manco a dirlo, avviene un mese dopo: il 6 febbraio 2014 gli operatori di Arpat, un tecnico individuato dagli indagati e una comproprietaria dell’area si recano sul posto. Il rapporto parla della presenza di rifiuti di ogni genere e tipo (solidi, liquidi, attrezzature dismesse, ecc.).
  • A questo punto, oltre alla contestazione di sanzioni amministrative ai proprietari del complesso immobiliare, l’Arpat ingiunge agli Enti locali di provvedere agli atti necessari per rimuovere i rifiuti (e siamo a inizio marzo).
  • Solo il 18 aprile 2014 i proprietari presentano un piano per la messa in sicurezza, che prevede la rimozione dei rifiuti e la sistemazione delle recinzioni. In un secondo momento saranno anche demoliti gli edifici pericolanti. Solo a cose fatte sarà possibile verificare l’eventuale contaminazione ambientale.

Ad oggi il piano non è ancora partito. Probabile che ci voglia ancora qualche mese prima di vedere qualche risultato. E il Comune di Arezzo continua a tacere.

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