Jobs Act in salsa toscana, chi assume e chi licenzia

Alla faccia del boom delle assunzioni registrato a Firenze negli ultimi mesi (oltre 1700 su 7300 nuovi contratti attivati in tutta la regione), sono molte le aziende che continuano a chiudere i battenti. E la politica non è solo spettatrice inerme, a volte è anche complice. Come in un caso in cui c’è lo zampino di Mps…

jobs act toscana

Sono 7.300 in tutto le richieste arrivate all’Inps dalla Toscana per le assunzioni modello Jobs Act (tradotto = esenti da contributi per i primi tre anni). Di queste, ben 1.700 provengono da Firenze, dove Confindustria canta vittoria. Ma che succederà tra tre anni?

La tanto decantata riforma del lavoro articolo 18-free, infatti, ha reso più semplici non solo le assunzioni, ma anche i licenziamenti. E se la maggior parte degli analisti concorda nell’affermare che i nuovi contratti attivati da marzo ad oggi (da quando cioè sono stati licenziati i decreti attuativi del Jobs Act) sono per lo più stabilizzazioni di personale precario, chi ci garantisce che non tornerà tale al termine degli sgravi?

Non solo: se Confindustria canta vittoria, non così fanno i dipendenti delle aziende che continuano a cadere in battaglia su tutto il territorio toscano. Complice anche la politica.

Qualche esempio a caso: Siena Biotech, quello che doveva essere il gioiellino della Regione e il giocattolino di Mps, ha appena avviato la procedura fallimentare. Cinquanta i dipendenti che verranno licenziati in tronco, circa 160 i milioni drenati dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena nell’arco di 14 anni, oltre a milioni di euro di contributi pubblici (a partire dalla Regione Toscana). Adesso, nonostante un “paracadute” di 3 milioni di euro promessi dalla Regione stessa, Siena Biotech è destinata ad affondare assieme a babbo Monte. Vittima dei soliti inciucioni tra comitati d’affari e politica.

A Piombino, invece, è ancora ferma l’ex acciaieria Lucchini. Il gruppo algerino Cevital che se l’è mangiata (con gli applausi della pubblica amministrazione) ha già annunciato di voler spengere l’altoforno (o meglio, di lasciarlo spento, visto che è passato oltre un anno da quando è stato acceso l’ultima volta). Ma ancora non ha presentato un vero e proprio piano aziendale. E anche qui si tratta del destino di centinaia di lavoratori.

Intanto, anche alle porte di Firenze, 108 dipendenti del cementificio Sacci stanno col fiato sospeso: dopo la chiusura del sito produttivo di Livorno, nel 2010, lo stabilimento fiorentino rischia di fare la stessa fine, durante il passaggio di mano del gruppo aziendale. L’assessore regionale Simoncini afferma che la fabbrica di Greve ha ricevuto 40 milioni di investimenti (non si capisce bene se di matrice pubblica o privata) e avrebbe tutte le carte in regola per mantenere il livello occupazionale. Ma si deciderà tutto a Roma, dietro le porte del Ministero del lavoro.

Possiamo stare tranquilli, però, ci sono gli 80 euro di Renzi in busta paga. Solo che bisognerebbe averla una busta paga. La smettessimo una buona volta di fare i soliti favori agli amici e cominciassimo a creare le condizioni per creare impresa in Toscana, anziché quelle per creare clientele?

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